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28/04/2021

Oltre le mura: i progetti del GMAnapoli nel carcere di Shashamane

Le detenute di Shashamane non sono solo donne private della libertà, ma spesso sono madri che hanno con sé i propri figli.

In Etiopia, infatti, ai bimbi al di sotto dei 5 anni è consentito stare con le proprie madri in carcere, ma spesso viene chiuso un occhio su questo limite d’età, e si possono trovare anche bambini di 11 o 12 anni costretti alla prigionia assieme a chi li ha messi al mondo. La sorte dei bambini di oltre i 5 anni, le cui madri sono detenute, non è migliore, nella maggior parte dei casi: i piccoli sono affidati alle famiglie, ma molto spesso vengono rifiutati da zii e nonni e cacciati in strada, poiché la carcerazione della madre è vissuta come una vergogna. In un paese patriarcale come l’Etiopia, per una donna, è molto più facile essere incriminata e le occasioni, ovviamente, non mancano; gli abusi da parte del marito sono normalità e se una donna si ribella finisce in carcere dopo un processo sommario.

Varcato il cancello dell’istituto penitenziario di Shashamane, dopo regolare controllo, ci si trova davanti ai due edifici del carcere, maschile e femminile, con al centro un cortile, il tutto accerchiato da mura altissime e torrette di vedetta. A sinistra si trova la sezione femminile delimitata da un cancello, oltre il quale c’è un edificio fatiscente a forma di L, con un cortile al centro; la struttura di fronte all’ingresso accoglie un’unica camerata per 80/100 donne e i loro bimbi (anche 30 nei periodi più affollati), in cui la sola forma di privacy che possono avere è una coperta che delimita il loro letto. Accanto troviamo la sala del cucito e un’aula dell’asilo per i figli delle detenute, attivati da Suor Maria Pia, della congregazione delle “Sisters de Focauld”, e dal Centro Promozione Donne da noi sostenuto, mentre la cucina e il corso di parrucchiera sono all’aperto, nel cortile, sotto una tettoia ancora più fatiscente. Le detenute devono cucinarsi da sole con ciò che da fuori i familiari portano loro. A causa del Covid le visite al carcere sono sospese, e va da sé che la situazione è più preoccupante del solito; il cibo non può entrare (il carcere, in questa situazione, da il minimo indispensabile) e si necessita di acqua pulita e presidi sanitari di disinfezione, che in una situazione, così estrema di base, mancano.

Convivere in 100 in così poco spazio vitale è difficile: il sovraffollamento provoca problemi di igiene, salute e conflittualità.  Quale rimedio? Stare fuori sembra una soluzione accettabile, se non fosse per le escursioni termiche tra giorno e notte: durante la giornata si arriva a temperature molto elevate, mentre al calar del sole diminuiscono sensibilmente, non considerando la stagione delle piogge durante la quale stare fuori è complicato.

Donne rinchiuse, ognuna con il peso del proprio vissuto, alcune di esse madri, sofferenti di aver fatto subire la loro stessa condanna anche ai figli, ancora di più quando essi, per età, non possono seguire la madre e vivono allo sbando.

Queste mura, che apparentemente danno una sicurezza, rappresentano barriere per chi non ha alternative. Donne e bambini con lo sguardo spento misurano il mondo col solo perimetro del cortile.

Da qui, i volontari della nostra Associazione, che hanno toccato con mano questa realtà, hanno sentito l’esigenza di creare un’alternativa per questi bambini istituendo, nel 2017, con il permesso delle autorità, una classe di asilo nel Carcere di Shashamane. I piccoli, seguiti da un’insegnante, sono stimolati a guardare oltre quelle mura. Visti i buoni risultati ottenuti da questo progetto, è stato concesso ai più grandi di continuare la propria formazione scolastica in una scuola statale al di fuori del carcere, accompagnati da una guardia.

La formazione è sempre stata una nostra priorità non solo per i bambini ma anche per l’autodeterminazione delle donne.

Già dal 2015 l’associazione si è impegnata a sostenere, negli anni, un corso di cucito per restituire dignità e speranza attraverso il lavoro, mettendo a disposizione delle detenute macchinari e materiali, permettendo una formazione nel settore della tessitura, del ricamo, dell’impagliatura, del taglio e del cucito. Il nostro obiettivo è alfabetizzare e formare per l’autosostentamento con forme legali di guadagno, per sostenere figli e congiunti al di fuori del carcere, quando la pena sarà scontata e le porte del carcere saranno aperte.

Crediamo fermamente che solo attraverso l’alfabetizzazione e la formazione di donne e bambini un popolo possa veramente crescere e riscattarsi…. perché l’Africa cammina innanzitutto sulle spalle delle donne.