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29/06/2022

C'è un pezzo d'Africa a casa nostra

Ho sempre creduto che scrivere articoli fosse uno strumento in più di cui dotarsi per conoscere il mondo. Ed è proprio ad un articolo che devo la conoscenza di Nunzia e Pier, del GMA Napoli, un incontro che mi ha fatto capire che significa donare la propria vita all’altro e, al contempo, donarla a se stessi. E’ passato circa un anno da quella mattina di marzo, fredda ma soleggiata, in cui incontravo Pier Augusto, collaboratore del GMA Napoli, Gruppo Missioni Africa, nella sua sede amministrativa di Napoli. Accento romagnolo, occhiali sfumati, sorriso aperto, fare dinamico - mi è piaciuto subito. In macchina, mi chiedeva del giornale per cui scrivevo, di come ero arrivata al GMA e mi anticipava: “C’è un pezzo d’Africa a casa nostra”. Mi aveva avvisato, eppure, entrata nella villetta a Licola, non potevo smettere di guardarmi attorno. C’è davvero un pezzo d’Africa, nella sede del GMA Napoli. Foto di bambini in Missione a Shashamane, manufatti delle donne del Centro Promozione Donna, sciarpe, monili, orecchini e piccoli cesti ed ornamenti. Posters, pitture, libri, strumenti musicali e barattoli di berberé. E, in questo angolo di mondo, c’era Nunzia, occhi penetranti ed azzurri, voce decisa. Mi sono sentita a casa. In Africa si muore di AIDS. In Africa c’è la malaria. I bambini hanno il pancione gonfio, gli uomini il mitra in mano, le donne lo sguardo triste. Questo è il ritratto impietoso che i media generalisti, nella maggior parte dei casi, fanno del continente nero. Questa è l’idea stereotipata che si ha dell’Africa. Con l’esperienza di Nunzia e Pier, ho scoperto che questa è una distorsione, o meglio, una eccessiva semplificazione di un problema complesso. L’Etiopia, di cui Nunzia mi raccontava in quell’intervista, è terra di tradizioni e cultura millenaria. La terra del caffè, dell’artigianato, della natura. “Nei villaggi africani, c’è un’usanza tacita ma diffusa. Capita che una donna debba allontanarsi dalla propria abitazione, per procurarsi acqua, per lavorare, per qualsiasi motivo. I suoi figli non rimarranno mai incustoditi. La donna che abita nel tukul accanto si prenderà cura di loro, senza dir niente, senza volere niente in cambio.” E ancora: “I bambini che sono in Missione a Shashamane non hanno molto, sono ragazzi presi dalla strada, oppure orfani, o le cui condizioni di vita sono davvero disagiate. Eppure, se tu dai loro un’arancia, la dividi in spicchi e gliela distribuisci, loro ti guardano - tu, a mani vuote, loro, con uno spicchio di frutto - e ti vengono vicino, perché vogliono dividere quel poco che hanno.” Abbiamo tanto da imparare. La bellezza, soprattutto la bellezza, spesso ci sfugge. Dopo quell’intervista, non ho più lasciato il GMA. Nunzia e Pier si sono conosciuti all’Università di Asmara, dove entrambi hanno insegnato per un periodo. Dal loro incontro è nata la tribù Berardi – Gatta, quattro figli, quattro belle storie, quattro famiglie che vivono il mondo nel modo migliore: rispettandolo. “Casa”, mi spiegava Nunzia, ”è il posto in cui ti senti felice ed utile per gli altri.” E’ così che in Irlanda, Gran Bretagna, Albania e tanti altri posti ancora - ma in Africa, soprattutto in Africa - Nunzia e Pier si sono sempre sentiti a casa. Giramondo ed amanti del prossimo, hanno deciso di istituire la sede amministrativa distaccata del GMA, organizzazione no profit di Montagnana, anche a Napoli, con Nunzia come referente. Questa realtà di scambio e condivisione esiste da 10 anni, ed io ne sono dentro da solo 1! Eppure, mi sento già piena di ricordi, colori, persone, volti da raccontare. In Etiopia, a Shashamane, il GMA sostiene progetti di microcredito per le donne; SAD (sostegno a distanza) per bambini orfani, abbandonati e di strada; case famiglia ed istruzione, promuovendo la costruzione di scuole ed aule; acqua e riforestazione, di cui Pier si occupa attivamente; sanità, con l’invio periodico di medici e farmaci. “L’istruzione”, ripete Nunzia, “donerà un futuro a quei bambini, e le donne, loro portano l’Africa sulle proprie spalle.” Questo mondo, fatto di mercati colorati, casupole fatiscenti, strade sterrate e bambini senza scarpe, mi è stato trasmesso dai volontari, già stati in Etiopia, oltre che da Nunzia e Pier. E, ancora, dalle foto, dai racconti, dagli oggetti in casa, dai materiali informativi, dalle attività a cui ho preso parte e da cui ho imparato tanto. Prima di partire per l’Etiopia, infatti, il GMA chiede un periodo di volontariato e formazione in sede. Nunzia, paziente e divertita, mi ha impartito delle preziose lezioni di inglese – ha vissuto all’estero la maggior parte della sua vita ed il suo accento è invidiabile! Ho cominciato a prendere dimestichezza con i luoghi, piegando volantini, leggendo depliant, riponendo sciarpe e tovaglie, assaggiando il berberè. Sembra strano, eppure è in questo modo che ho cominciato a conoscere davvero il GMA. L’intervista di quel marzo è stata solo un’affascinante introduzione ad una realtà composita. Gli incontri mensili con tutti i volontari, l’alternarsi in sede con gli operativi, ascoltare le storie di chi è già stato in Etiopia, riordinare l’inventario e l’archivio di foto ed assaporare paesaggi, volti, prendere parte alle attività nelle scuole (EAS) condotte dai volenterosi amici del GMA … tutto questo mi ha fatto sentire, ogni giorno, un po’ più vicina a quei bimbi, a quelle donne, a quei villaggi. Anche se la cooperazione internazionale è l’azione principale portata avanti dal GMA, collaborando in sede, ho imparato tanto altro. Cittadinanza attiva, ad esempio: “Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo”, detto altrimenti. Anche se il GMA guarda all’Africa, questo non significa che non abbia i piedi ben piantati in Italia: trasmettere le storie della quotidianità etiope significa, ogni volta che si è nelle scuole, agli eventi, tra conoscenti e sconosciuti, parlare di quanto abbiamo noi qui – elettricità, disponibilità d’acqua, scuola, famiglia – e di quanto poco ne abbiamo cura. “Dieta, come parlare di dieta alle bambine africane? Proprio loro, malnutrite e sbrindellate, non potrebbero mai immaginare che qui si ricorre alla chirurgia estetica o alle diete dimagranti per entrare in pantaloni di una taglia più piccola. E’ assurdo”, Nunzia lo ripete spesso, soprattutto nelle scuole, dove tante mamme e ragazzi la ascoltano in silenzio religioso. Quanto, questo Occidente consumista, ha da imparare dall’Africa? Trovo difficile, perciò, definirmi solo una volontaria. Lo sono, perché dedico tempo, azioni, pensieri, alle vite dei miei fratelli etiopi. Ma sono anche una beneficiaria del volontariato, questo movimento travolgente che mi accompagna e che genera bene, donandomi consapevolezza e conoscenza. Che mi fa sentire viva, ogni giorno, di una vita bella, colma di speranza per il meglio, di volontà per un cambiamento. Sì, donarsi agli altri, donarsi a se stessi: nel volontariato, questa differenza non esiste.