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Io c’ero … Noi c’eravamo

Addis Abeba, 02-12-2017

Siamo nella strada di ritorno verso l’aeroporto stipati con le nostre valige dentro uno scassatissimo fuoristrada. I silenzi riempiono il tempo, mentre i nostri occhi guardano dal finestrino i panorami di luce, maestosi sicomori, campi di teff e granoturco. Come obiettivi di una macchina fotografica, man mano sfocano le immagini penetrate nelle nostre pupille e nel cuore, quasi per riposizionarle nella memoria più profonda.

E’ silenzio per non rompere la magica atmosfera, per non scordare la gioia, gli occhi e le mani dei tantissimi bambini che ti vengono incontro chiedendoti: “how are you?” oppure “ferenge, ferenge!!” (forestiero) o prendendoti per mano per fare qualche passo con te, mischiando il loro allegro vociare alla polvere che si alza dalla terra grezza. E’ così anche con i bambini di Casa Norma; sere passate con loro distribuendo cioccolata e oggettini che abbiamo portato da Napoli.

E’ allora qui, ognuno a contatto con la parte più profonda di sé, ci si accorge di quanto il contatto con questa realtà sia stato “pelle a pelle”, fatto di sguardi tra paura, speranza e sorrisi che ne “marchiano a fuoco” il ricordo. La sofferenza, anche fisica, che ognuno ha toccato con mano è già ricordo: estrarre denti distrutti da una cattiva igiene o aiutando una donna nel momento più intimo, quello del parto, oppure in sala operatoria, per tentare di fermare un’emorragia, come per Iftu, in una lotta contro il tempo, oppure nel risolvere chirurgicamente una patologia complessa da troppo tempo trascurata, incontrare…rincontrare morte o vita che nasce.

Tutto si allontana ed è nei giorni successivi, anche qui in Italia, ognuno a casa propria, che rimane la nostalgia di questa memoria. E’ anche la memoria delle grida gioiose dei bambini e delle bambine che vivono nel carcere con le proprie madri detenute, quando, nell’inaugurare la scuola a loro dedicata, vedono le sedioline ed i banchi colorati che abbiamo fatto predisporre in un’ampia aula. Sono le loro voci allegre quando si scambiano i pupazzetti di peluche che abbiamo distribuito, mostrando, l’uno di fronte all’altra, la fierezza di possedere la matita o il quaderno, divenuti ormai patrimonio per l’inizio di questa nuova splendida avventura. Così ho visto nascere la coscienza, nei loro occhi e attraverso i loro gesti, di possedere uno spazio, mentre fuori dall’aula la polvere, la sofferenza dei detenuti, le pietre polverose con cui ho visto giocare Ester, una bambina di circa 6 anni (Qui non c’è memoria neanche per l’età dei bambini né per il tempo che hanno passato in carcere!), queste emozioni no, non vanno dimenticate.

E’ così che i bambini di Shashamane, gli orfani di Asella, le bambine e i bambini del carcere o quelli di Gambo, come le donne senza età e vestite di stracci incontrate, rappresentano per noi, tornati al “mondo civile”, l’impegno a testimoniare che esiste un mondo parallelo dove impera la negazione dei diritti: il diritto di nascere e crescere sani, il diritto al gioco, ad avere una sana alimentazione, all’acqua, allo studio ed ad un lavoro dignitoso; sono questi i valori che richiedono il nostro impegno, un impegno a vita, un impegno nella speranza di un mondo migliore, un impegno da affrontare tutti insieme come GMA e come persone , che costituisce il nostro legame con questa terra, tanto deprivata quanto meravigliosa.

Marisa, Peppe, Giacomo, Emanuele VOLONTARI MEDICI GMAnapoli.

Vieni al nostro concerto per l’Africa il 12 Dicembre, per sostenere e potenziare la scuola nel carcere femminile di Shashamane!! Ci piacerà incontrarti!

Perché non si dica un giorno che noi non c’eravamo e siamo rimasti indifferenti quando gli altri avevano bisogno di noi, anche a NATALE!