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Visita al carcere: formazione e istruzione sono bene primario!

Cari tutti,

oggi sono stata nel carcere di Shashamane, dove abbiamo un progetto all’attivo con le donne. Alle 11 il sole picchia forte quando Pier ci lascia fuori dal carcere. Suor Mariapia mi dice che, da quando ci sono state le rivolte, non si è più sicuri: non si sa se mi fanno entrare né tanto meno fotografare. Al controllo, per evitare di essere scoperta col mio cellulare, lo tolgo dalla giacca e lo metto nella borsetta di stoffa che ho a spalla e, quando me la fanno aprire, mostro il fonendoscopio dicendo che sono un medico. Poso il passaporto ed entro. Le donne che seguiamo, adesso, sono 4, due in meno rispetto alle 6 dello scorso corso, ma altre 10-12 sono in attesa di sentenza per poterlo iniziare. La nuova maestra si chiama Itaferu: viene in carcere alle 8 e sta con le donne (e il suo bambino) fino alle 16. E’ ben accetta da tutte e ha un buon rapporto anche con le guardie carcerarie, cosa questa determinante, essendo questo un ambiente non certo facile.

Nel grosso ambiente, pulito da poco, sono inizialmente quattro o cinque le donne e mi mostrano, fiere, la loro Singer. Subito arriva la frotta delle altre donne: in tutto nella zona femminile sono 67 e 16 bambini, alcuni nati e cresciuti lì. Mi mostrano i loro manufatti, che, oltre al lavoro a macchina, sono costituiti da cesti colorati. Ne posso acquistare pochi, che possano entrare nelle valige per portarli, ma loro fanno a gara per venderli. Intanto arrivano i bambini che chiedono le caramelle e, subito, anche 1.000 mani (delle mamme) si allungano, facendo a gara per prenderle. Mi salva la maestra, che prende in custodia la busta delle caramelle, per poterle distribuire con calma. All’uscita non c’è neanche un bajaj e, così, chiamiamo Pier che ci viene in soccorso con l’auto di abba Isak.
Penso alle donne che sono lì con i loro bambini, alcuni dei quali non conoscono il mondo fuori ma solo quello che hanno visto e sperimentato nel carcere, in condizioni che non si addicono all’infanzia e a nessun essere che possa dirsi umano. Quanto è importante, allora, fornire a queste donne gli strumenti per emanciparsi, per autosostenersi e permettere ai loro piccoli di istruirsi ed ambire ad un futuro diverso …
Con questi e altri pensieri, saluto la struttura del carcere, cercando di non dimenticare nessuno dei particolari che vorrò trasmettere a voi tutti.
A presto!
Marisa

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